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Lavoratori edili: allarme a Firenze

Marco Bucciantini da l'Unità 29/12/04

FIRENZE Il quadro di fine anno della Fillea Cgil, il settore dei lavoratori dell’edilizia, è cupo: in media si registrano due vertenze e dieci infortuni al giorno lavorativo, e ogni tanto ci scappa il morto. L’edilizia in provincia di Firenze è una piaga, una situazione insostenibile che pesa sulle coscienze e sulla Toscana tutta.
L’esempio più critico delle condizioni degli edili a Firenze, del lassismo della committenza, viene dal cantiere nell’area ex Sma, sopra Soffiano. In procura c’è già una denuncia.
E intanto le imprese spronano i lavoratori stranieri a mettersi in proprio per poter subappaltare a basso prezzo a scapito dei diritti.

Lavoro, le macerie dell’edilizia

La denuncia del sindacato Fillea Cgil: nei cantieri, operai all’oscuro di diritti e norme di sicurezza

FIRENZE In media fanno due vertenze e dieci infortuni al giorno lavorativo, un morto ogni tanto. L’edilizia in provincia di Firenze è una piaga, per abusare di un termine comune. Una fabbrica di invalidi e di vedove, ad essere più crudi, che arricchisce i soliti. Una situazione insostenibile che sta lì a pesare sulle coscienze e sulla civile Toscana.
Il quadro di fine anno della Fillea Cgil, il settore dei lavoratori dell’edilizia, è cupo, nonostante il recente “patto per lo sviluppo sostenibile, la coesione sociale, l’integrazione” firmato dai confederali il 16 dicembre con Confindustria, le piccole imprese e gli artigiani. E poi il tavolo aperto in Prefettura su “sicurezza e legalità”. «Sono occasioni che non possiamo permetterci di perdere», fa Manola Cavallini, segretaria provinciale fiorentina della Fillea. È l’unico sprazzo di ottimismo.

Gli altri siamo noi
La Camera di commercio ha registrato, nel giugno scorso, 1687 imprese edili il cui titolare o socio non è cittadino italiano: 704 sono albanesi, 395 rumene, questi i migranti più rappresentati. Queste imprese, in due anni, sono aumentate del 60%. Perché? «Per la corsa al ribasso. Le imprese committenti invogliano i lavoratori dell’est a mettersi in proprio. Un bollo da pagare e l’impresa è fatta. Troppo facile. E così subappaltano a queste imprese, a condizioni economiche vantaggiose. E questi lavoratori-imprenditori si procurano manodopera sempre straniera. Pochi soldi, nessun diritto e via», accusa la Cavallini. È un fenomeno che tutti conoscono, che tutti biasimano. Ma è in aumento. Il malaffare viaggia incurante delle chiacchiere. «Al direttore dei lavori compete per legge un controllo puntuale nei cantieri. Ci va? No, perché dove la cosa si verifica l’illegalità sparisce». Ci vanno i sindacati: «E troviamo operai che non sanno nemmeno per chi lavorano. Molti non parlano l’italiano, non conoscono i sindacati, i contratti, le regole: eppure non esistono sportelli di orientamento. Nessuno si preoccupa di far conoscere le regole. E questi capita che s’ammazzano per incidenti evitabili con un minimo di prevenzione». Gli accordi recenti prevedono «la contrattazione d’anticipo, prima dell’apertura dei cantieri. Definire prima l’accoglienza e la sicurezza dei lavoratori dei cantieri edili. Non tergiversiamo - si appassiona la Cavallini - vengono i rumeni? Bene, e dove vivono? Come? Assicuriamoci che possano lavorare le ore giuste, che possano riposare, che conoscano le regole elementari di sicurezza. Lo ripeto: è l’ultima occasione per non sprofondare nella vergogna dello sfruttamento».

Fitness
C’è una denuncia del sindacato alla procura fiorentina. È sulle condizioni di lavoro nell’area ex Sma, sulla collinetta sopra il cimitero di Soffiano, dove sorgerà un centro fitness con appartamenti, «l’esempio più critico delle condizioni degli edili a Firenze e del lassismo dei controlli sulla committenza». In quel cantiere lavora un’impresa venuta dalla Romania con lavoratori propri, «reclutati grazie all’artificio legale del “distacco”, contenuto nella legge per l’immigrazione». Ai lavoratori viene rilasciato il permesso di soggiorno per la durata del periodo lavorativo e nel rispetto dei contratti e delle leggi del nostro paese. «Ci domandavamo: perché far venire gente da lontano e trattarla economicamente come gli italiani? Che convenienza c’è?».
C’era: «Un operaio rumeno - ricorda la sindacalista - decise di lasciare il cantiere: ci fece vedere la sua lettera di “assunzione”, un contratto con orari di lavoro e paghe rumene. Nella denuncia in procura abbiamo definito questa prassi come una nuova forma di schiavitù: vivono nel cantiere, non parlano e non capiscono la nostra lingua, non conoscono i nostri diritti». Però sono impiegati nelle grandi opere della città, «ma Firenze non merita questo imbarbarimento, non si può accontentare di vedere finire le opere». Chissà quale casistica nasconde questa storia, visto che nel 2004 nell’edilizia i lavoratori stranieri sono aumentati. «I prossimi mesi interesseranno grandi cantieri cittadini: gli ospedali, l’Alta velocità, i parcheggi, l’Università, il Palazzo di giustizia, la stazione Leopolda. Attrarranno manodopera. Saranno un banco di prova decisivo della volontà di istituzioni e imprese di trasformare in fatti gli accordi presi».

Petrioli, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl: «E il governo vuole togliere le multe a chi non è in regola»
«Rispettare le leggi eviterebbe il 90% degli infortuni»

FIRENZE Giuseppe Petrioli è il direttore del dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria fiorentina. Fra i compiti del dipartimento c’è la prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro. Ha una teoria inaccettabile: «Il 90% degli infortuni, compreso quelli mortali, non ci sarebbero se venissero rispettate le regole».

Perché ne è così sicuro?
«Quando c’è un infortunio e se ne analizzano le cause, si scopre che di solito c’è una norma violata. Le leggi per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro ci sono. Ma non vengono rispettate».

Il suo ufficio non dovrebbe controllare?
«E lo fa. Nel 2003 abbiamo fatto 6.877 sopralluoghi e accertato 1.043 irregolarità, con successiva notizia di reato in procura e la richiesta al titolare della ditta di mettersi in regola. Nell’edilizia va peggio, lì il rapporto di controlli e irregolarità è di un cantiere su tre, grossomodo. I cantieri sono a termine, c’è meno interesse dell’imprenditore a fare le cose per bene, c’è meno tempo per noi di passare a controllare: per questo la prevenzione è fondamentale».

Ci sono altre difficoltà per stanare le irregolarità fra gli edili?
«Il sistema dei subappalti ci complica la vita. Come la tendenza di affidare i lavori più pericolosi alle aziende piccole, per evitare le “costose” misure di prevenzione e scaricarle alle ditte di cinque o sei persone, che poi le evadono».

Trovate la magagna. Poi cosa succede?
«Se l’imprenditore si mette in regola, paga una sanzione amministrativa, e sparisce quella penale».

Ma così non è morbido?
«No, il sistema è buono, regge: quasi tutti si mettono a posto, rimuovono le situazioni di rischio. Ma il governo vuol far saltare questo impianto normativo».

Perché?
«Le leggi sulla sicurezza ci sono ma non sono armoniche. Una parte deriva dagli anni ‘55-’56, quando per la prima volta si cercò di disciplinare il settore. Poi c’è stata la seconda infornata, con l’adozione delle norme comunitarie. Per riordinare, c’è una proposta di testo unico approvata dal consiglio dei ministri che raggruppa tutto ma declassa a “norme di buona prassi” (da imporre nei sopralluoghi) una fetta consistente delle leggi degli anni ‘50. Sparisce la multa, deterrente che oggi invoglia il datore a mettersi in regola».

Lei che farebbe?
«Applicherei misure drastiche come il blocco dei lavori, il sequestro delle macchine. E ci vuole una crescita di attenzione da parte degli imprenditori. All’Italia infortuni e malattie professionali costano 60 mila miliardi all’anno: credo che prevenire costi molto meno...». m.buc.


LA DENUNCIA Per la Fillea-Cgil gli infortuni calerebbero del 90 per cento se solo venissero applicate le norme esistenti. La situazione degli operai stranieri

Edilizia, c’è poca sicurezza Scatta l’allarme dei sindacati

da La Nazione 29/12/04

Molti i cantieri ancora aperti e quelli previsti in città da qui al 2010, che continuano ad attrarre lavoratori e imprese del settore edile da ogni parte d’Italia e dai paesi europei. Visti i dati sulle irregolarità e il tasso di infortuni registrati, la Fillea-Cgil richiama l’attenzione su questo settore e sulla disparità rispetto ai lavoratori locali, che rischia di venire accentuata dalla direttiva europea Bolkestein in discussione.

Secondo i dati diffusi a fine anno, a Firenze operano oltre 2000 aziende con circa 15.000 lavoratori, il 35% dei quali non italiani e il 40% proveniente da altre regioni, per i quali manca una reale politica di accoglienza e integrazione, in particolare per la casa. Circa 300 aziende non versano regolarmente la Cassa Edile per i loro dipendenti che perdono parti significative del contratto nazionale di lavoro perché semplicemente non conoscono il meccanismo e i propri diritti. Oltre agli infortuni che calerebbero del 90% se solo fossero applicate le norme esistenti, altri dati preoccupanti riguardano la proliferazione di aziende, non solo in campo edile, il cui titolare o socio è un cittadino non italiano, convinto dai facili guadagni promessi dalle imprese più grosse locali: 1687 quelle edili censite a giugno dalla Cciaa — contro le 1073 del 2002 — 704 delle quali albanesi e 395 rumene. Molte le imprese in subappalto: in realtà dei semplici prestatori di manodopera, violando il divieto di intermediazione, il vecchio caporalato. Mentre la legge parla chiaro, anche in materia di controlli. Per avere un’idea più chiara della situazione, sono 510 le vertenze istruite nel 2004 dalla Fillea-Cgil, il 75% delle quali riguarda i migranti.

«Questa città non merita questo imbarbarimento, rischiamo di perdere tutti», sottolinea il segretario Manola Cavallini che indica nel patto firmato il 16 scorso da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria e imprese, e nei vari tavoli aperti, un’occasione per incassare in termini di qualificazione a favore di tutti i lavoratori. Nessuno escluso.
Emanuela Ulivi


Conferenza stampa di fine anno.

I  LAVORI A FIRENZE

Arriviamo alla prima verifica della stagione dei Project Financing con l’apertura dei due parcheggi di piazza Ghiberti e piazza beccarla. L’assessore Biagi ha definito Firenze e le altre città impegnate nella finanza di progetto come “il luogo dove si sta sperimentando il più grande processo di trasformazione sociale e territoriale dal dopoguerra a oggi, ha definito queste città come un laboratorio di progettazione con lati negativi e positivi”.

Sono portata a condividere con Lui questo giudizio, e sicuramente le infrastrutture di cui si doterà la Firenze del 2010 (parafrasando il piano strategico) sono imponenti, quelle ancora in fase di realizzazione o da avviare: interventi nell’edilizia sanitaria – careggi, iot, mayer, torregalli, santa maria nuova, etc., alta velocità ferroviaria, altri parcheggi: piazza alberti (700 posti), area ex fiat (1600 posti), parco urbano nella stessa area, l’università, palazzo di giustiza, 1 e 2° lotto, terza corsia, variante di valico, variante di castello con la scuola dei marescialli dell’arma e 2500 nuovi appartamenti oltre ad altre infrastrutture e un parco di 80 ettari, la stazione Leopolda. Altri interventi di edilizia residenziale, le tante ristrutturazioni, gli interventi sui beni vincolati: sul nostro patrimonio artistico e architettonico.

Questi imponenti investimenti attrarranno nella nostra città lavoratori e imprese del settore edile provenienti da ogni parte d’Italia o dell’Europa (comunitaria e non), verso cui Firenze sembra aver perso la sua vocazione migliore. I lavoratori che opereranno in questi cantieri chiedono attenzioni straordinarie se guardiamo ai dati già oggi evidenti di irregolarità e tasso infortunistico nel settore.

L’ACCORDO CONFEDERALE DEL 16 DICEMBRE

Il recente Accordo per il patto per lo sviluppo sostenibile, la coesione sociale, l’integrazione firmato il 16 dicembre con Confindustria, le piccole imprese e le associazioni artigiane da CGIL, CISL, UIL, il tavolo aperto in Prefettura su sicurezza e legalità e quelli da aprire con altre stazioni appaltanti sono un’occasione che il settore non può permettersi di perdere.

I MIGRANTI

La forte presenza di lavoratori non italiani, soprattutto in edilizia, deve farci riflettere sui loro bisogni primari, non solo di lavoratori, esempio la casa: un diritto oggi negato dall’alto costo, dagli affitti troppo alti, dalle discriminazioni. Una vera politica di accoglienza e di integrazione parte anche da qui. (punto 4 delle buone pratiche del patto fiorentino)

La casa rappresenta oggi la più importante delle condizioni dell’inserimento degli immigrati, certamente la più critica, (parliamo di un 6% - 80.000 - della popolazione residente nella provincia) di un 35% regolari occupati nel settore delle costruzioni (considerato che il settore conta almeno un 40% di irregolari quel dato è sottostimato). E’ evidente l’importanza del fattore abitativo nel produrre inserimento o esclusione di queste popolazioni. Da un lato la ricerca di un alloggio stabile e adeguato è una naturale conseguenza del passaggio alla seconda fase dell’immigrazione: la stabilizzazione di notevoli quote di popolazione immigrata, la crescita della componente familiare (per ricongiungimento o per formazione di nuove famiglie), le progressioni individuali e i tentativi di miglioramento della propria condizione, la diversa composizione dei nuovi arrivi.

Dall’altra la maggior domanda di abitazioni urta contro la cronica ristrettezza dell’offerta, e contro il relativo peggioramento che nel frattempo si è verificato nei termini del mercato dell’affitto.

IL SETTORE A FIRENZE

A Firenze operano oltre 2000 aziende con circa 15000 lavoratori iscritte agli enti bilaterali di settore; di questi 15000 lavoratori il 35% sono non italiani: 5250. Degli altri 10000 il 40% arriva da fuori regione, in prevalenza dal mezzogiorno (Campania, Calabria). 

Di queste aziende iscritte (molte di provenienza extraregionale) circa 300 non versano regolarmente la Cassa Edile per i loro dipendenti (evadono norme contrattuali e legislative).

Quanti lavoratori perdono parti significative del contratto nazionale di lavoro senza nemmeno saperlo, perché non sanno che deve arrivargli un assegno della cassa a dicembre, uno a luglio, e dopo due anni di presenza nel settore uno entro il 1 maggio. 

Quanti di questi diritti, che sono costati oltre 200 ore di sciopero per la costituzione della cassa edile e della scuola edile di Firenze vengono persi? 

Quanti dei lavoratori interessati conoscono il meccanismo e sono consapevoli di quello che perdono sul piano del salario e dei diritti?

L’evasione delle norme contrattuali e legislative in materia di diritto del lavoro è il sintomo più evidente di un settore MALATO, dove fra l’altro si registrano ancora tassi di infortuni (compreso quelli mortali) insopportabili. In una recente intervista il Dott. Petrioli della Azienda Sanitaria 10 ci ricordava che se si rispettassero le norme già oggi esistenti avremmo il 90% di infortuni in meno.

Ci ricordava però nella stessa dichiarazione quanto sia difficile per il servizio intervenire date le ridotte dimensioni delle imprese e soprattutto l’impossibilità di intervenire sul lavoro autonomo.

Anche per queste ragioni noi siamo particolarmente preoccupati di un fenomeno che sta assumendo connotati numerici importanti a cui serve una adeguata politica di orientamento e di informazione, mi riferisco al proliferare di aziende in campo edile, ma non solo, il cui titolare o socio è un cittadino non italiano (spesso ex lavoratori del settore, regolarizzati con la Bossi-Fini, convinti dai facili guadagni promessi dalle imprese più grosse locali a lavorare in proprio o costituendo piccole società).

Il dato: dato CCIAA a giugno n. 1687 imprese edili il cui titolare o socio non è cittadino italiano, di queste 704 sono albanesi, 395 rumene, etc. Nel 2002 erano 1073.

L RUOLO DELLA COMMITTENZA

Così come risulta con sempre più evidenza operando sul territorio, soprattutto attraverso la vertenzialità individuale che molte delle imprese in subappalto (quelle che dovrebbero garantire quella specializzazione che la legge consente di subappaltare e che devono essere autorizzate dal committente) sono in realtà dei semplici prestatori di manodopera, in violazione del divieto di intermediazione.

Spesso i lavoratori non sanno nemmeno con chi hanno un rapporto di lavoro, conoscono il nome di chi li ha ingaggiati, lavorano nel cantiere senza conoscere l’impresa principale (magari sono loro dipendenti, ma i soldi li prendono da qualcun altro). 

Questa fotografia è semplice da mettere a fuoco. Basta soffermarci su alcuni particolari, soprattutto basta che tutti i soggetti coinvolti in un appalto (dal committente fino all’ultima impresa impegnata) facciamo semplicemente quello che la legge prescrive loro anche in termini di controllo e verifica.

I dati sulle vertenze fatte dalla Fillea di Firenze e dagli uffici confederali nella provincia parlano di irregolarità, che con un controllo attento nel cantiere della Direzione del Lavoro o del Responsabile Unico del Procedimento sarebbero facilmente individuabili e sanabili.

Il Direttore dei lavori con un controllo puntuale delle presenza in cantiere (che gli compete per legge), una verifica documentale non formale di tutte le procedure (soprattutto in fase di autorizzazione del subappalto) potrebbe davvero ridurre il fenomeno. Dove si fa i risultati si sono visti e anche purtroppo la reazione delle imprese interessate dai controlli più accurati. Siamo arrivati alla diffida verso il committente dall’utilizzare “certi personaggi”.

LE VERTENZE

Il dato: totale 510 vertenze nel 2004, il 75% di migranti, di cui 100 per allontanamento dal cantiere (licenziamento), 171 per differenze salariali dovute ai lavoratori, 83 su istituti contrattuali e legislativi non applicati o applicati irregolarmente (cassa edile, legislazione sugli appalti, contratti a termine, bossi-fini), 55 conteggi su buste paga, 80 pratiche per fallimento, 3 pratiche di mobbing, 18 provvedimenti disciplinari. Di queste 147 chiuse in sede sindacale, chiamando in causa spesso anche l’impresa titolare dell’appalto o la committenza, 14 passate al legale, 102 abbandonate dai lavoratori, dopo il mancato accordo in sede sindacale o all’ufficio del lavoro, le altre sono ancora aperte. 

Altro esempio di cosa offre questa città nel settore è un cantiere alla periferia della città (recupero dell’area ex SMA), venuto alla ribalta della cronaca nell’estate, perché alcuni cittadini ne avevano evidenziato la modifica ambientale della collinetta, per noi è l’esempio più critico delle condizioni attuali degli edili in questa città e delle grandi contraddizioni che convivono nel bisogno evidente di dotarsi di nuove realizzazioni, in tempi certi e con costi certi e dall’altro i diritti, la sicurezza, la trasparenza nella realizzazione.

In quel cantiere opera una impresa venuta dalla Romania con tanto di lavoratori propri, reclutati per l’occasione, arrivati direttamente da quella nazione utilizzando una norma del nostro ordinamento: art. 27 lettera i della legge sull’immigrazione, detta distacco. La norma attuale prevede che ai lavoratori venga rilasciato un regolare permesso di soggiorno, per la durata della loro fase lavorativa e nel rispetto dei contratti e delle leggi del nostro paese (che loro però non conoscono). 

Ingenuamente pensavamo che questa fosse una occasione importante per rispondere al bisogno cronico di manodopera nel settore, spesso denunciato anche dalle associazioni di rappresentanza imprenditoriale. La procedura ha rispettato quanto prescritto dalla normativa, compreso la  sigla da parte del sindacato delle costruzioni e dalle imprese coinvolte di un accordo sindacale.

Segnalo due questioni: hanno un permesso vincolato a quel lavoro e non parlano la nostra lingua.

Fin da subito abbiamo provato a dialogare con loro, perché avessero la conoscenza dei diritti, del contratto, della nostra legislazione, con molte difficoltà. E’ certamente servito che si potesse dialogare con un loro connazionale, che ci ha aiutato a capire meglio cosa realmente avvenisse nel cantiere, e soprattutto a quali condizioni loro si erano vincolati prima di partire firmando contratti individuali (orari e salari non conformi alla nostra normativa) scritti nella loro lingua. Questo lavoro è stato lungo e difficile e soprattutto è venuto chiaramente allo scoperto quando uno di loro ha scelto di andarsene dal cantiere. Questo ci ha consentito di fare una denuncia alla Procura della Repubblica documentata, e alla fine di discutere con l’azienda e il committente per recuperare quanto era stato sottratto ai lavoratori, che oggi in maggioranza non sono più nel cantiere. 

Nella denuncia noi abbiamo definito questa situazione come una nuova forma di schiavitù. Le condizioni ci sono tutte, vivono nel cantiere, non sono integrati, non parlano e non capiscono la nostra lingua, non conoscono le norme e i contratti, vengono da un paese lontano (non geograficamente, ma sicuramente culturalmente, soprattutto rispetto alla cultura sindacale). 

Quanti casi ci sono come questo che non conosciamo in città? Se penso alle vertenze individuali descritte prima, ho già la risposta: TROPPI. E coinvolgono con sempre più frequenza lavoratori non italiani, oggettivamente più deboli perché nemmeno conoscono le norme e i DIRITTI.

Fra l’altro nel caso specifico del distacco (art. 27 lett. i) se passa la proposta di direttiva della Commissione Europea sui servizi nel mercato interno, attualmente all’esame del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea nonché del Parlamento Europeo (conosciuta con il nome di Direttiva Bolkestein) le cose possano anche peggiorare perché lì si prevede che in casi questi tipo basti dimostrare di applicare la legislazione e la contrattazione del paese di provenienza per poter lavorare il un paese della comunità europea.

Quale mercato del lavoro stiamo preparando per le generazioni future? Sarà davvero possibile far convivere nello stesso cantiere lavoratori trattati con tante differenze?

CHE FARE

CONCLUSIONI

Questa città, non merita questo imbarbarimento, rischiamo di perdere tutti, Firenze rischia di perdere la sua identità altrochè di tradire la sua storia. 

Non possiamo accontentarci di vedere finire le opere, di vederle costare poco, anche in termini di vite, con poco disagio per noi tutti. 

DOBBIAMO PRETENDERE CHE SIANO FATTE NEL RISPETTO DEGLI UOMINI E DELLE DONNE CHE LE REALIZZANO.

Questo è l’esempio da lasciare ai nostri figli. 

Che almeno ci insegni la storia: sono passati più di 100 anni da quando il 2 giugno del 1901 sul giornale  “La Difesa” si commentava la morte di un lavoratore edile per il crollo di una impalcatura con queste parole:…….

“il ripetersi di simili fatti dolorosi costituisce una vergogna ed una colpa per chi ha il dovere di salvaguardare la vita degli operai sul lavoro, la quale dopo tutto costa per lo meno quanto quella dei ricchi. Ma è inutile quando si tratta di queste non si fanno inchieste, non si ricercano i possibili responsabili di una catastrofe che, con una più accurata sorveglianza, avrebbe potuto essere evitata.”

Parole di straordinaria attualità, buone per il commento nell’immediatezza di un evento tragico.

Quante morti dovremo commentare perché si acquisisca il valore della vita umana a cui tutti devono prestare le loro energie????

Quanti ragazzi albanesi, marocchini, rumeni, dovremo ancora vedere costretti come schiavi nei cantieri di questa città prima che si levi forte e solidale un grido di protesta???

Quanto pensiamo possa resistere il modello Toscano se non fa i conti con queste contraddizioni???

Il Natale ci ha portato la firma di un protocollo fondamentale, ora tocca a noi saperlo rendere l’occasione per incassare in termini di qualificazione del sistema delle imprese un po’ di quel valore aggiunto e per marcare la distanza dal passato.

Un passato recente che per la Fillea ha gli occhi e le mani di uomini non italiani a cui la differenza sta costando l’indifferenza, nel migliore dei casi; i soprusi e l’umiliazione in troppe circostanze sotto gli occhi di tutti noi.

Per queste ragioni, ma soprattutto per dare la giusta continuità al lavoro fatto fin dai primi scioperi degli edili fiorentini nel 1860, per conquistare salari più equi e condizioni di lavoro migliori, che la Fillea si impegnerà in una capillare azione contrattuale in tutti i maggiori cantieri auspicando di trovare interlocutori attenti e rispettosi dei patti siglati, attraverso la contrattazione di anticipo ogni volta che ci sarà consentito, attraverso le denuncie e il lavoro quotidiano per la difesa dei diritti dei lavoratori comunque.

Il Segretario Generale Fillea-CGIL
(Manola Cavallini)

Firenze li, 28 dicembre 2004