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L´INTERVISTA
Guglielmo Epifani: dal premier parole irresponsabili, in un anno non ha mai
cercato il dialogo
"Se c´è rispetto, via alle riforme Berlusconi non ci
demonizzi"
capitalismo Preferisco una separazione di ruoli e funzioni tra manager e
proprietà, all´interno d´un rapporto di fiducia
fazio Non siamo convinti che la ripresa possa venire, come dice lui, solo dalla
domanda di investimenti
arroccamento Ammesso che ci fosse, dipendeva dall´attacco del governo e della
Confindustria di D´Amato
montezemolo Se saranno confermate le premesse, finalmente saranno considerati
tutti i punti di vista
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - Segretario
Epifani, sembra nascere un asse tra imprese, sindacati e banche. Ma è normale
che i rappresentanti dei lavoratori siano al fianco dei poteri forti?
«Più che di poteri forti parlerei di organizzazioni che incarnano degli
interessi e hanno trovato un terreno di lavoro comune. Soggetti che si sono
sentiti, da un anno a questa parte, messi all´angolo, esclusi da un processo di
dialogo, di considerazione sociale e che ora vogliono impedire insieme la deriva».
E davvero il sindacato fa «squadra» con le imprese e le banche?
«Si profila tra loro un´intesa sull´analisi della crisi e sulle ricette per
uscirne. Queste valutazioni e una parte delle soluzioni sono condivise dal
sindacato perché ricalcano esattamente il nostro punto di vista. Tre anni fa
dicevamo che il Paese correva il rischio di declino, che mancavano gli
investimenti in ricerca e innovazione, che le imprese erano troppo piccole per
competere sul mercato mondiale, che c´era una carenza di infrastrutture.
Eravamo da soli a indicare questi problemi. La Confidustria di D´Amato e il
governo preferivano discutere di flessibilità, di costi del lavoro, dei diritti
del lavoro per ridurli. Ora la nostra analisi emerge con decisione, altri
soggetti la fanno propria ed è un risultato che rivendico alla nostra coerenza.
Un altro punto di contatto tra noi e quello che ha detto soprattutto Montezemolo
è la considerazione del ruolo delle forze sociali, dell´autonomia di ciascuno,
di un metodo di dialogo. È un nuovo fatto positivo perché finora abbiamo visto
esclusivamente un´operazione per dividere il sindacato. L´autonomia dei corpi
sociali è un fattore di ricchezza, non un impaccio, è una cosa che attiene all´idea
della democrazia. Ed è anche un richiamo al cambiamento in cui si afferma tutta
la delusione per le risposte fornite dal governo. Un ultimo dato importante:
queste forze, usando un linguaggio comune, dicono per prima cosa che non si
rassegnano al declino. Va considerato un messaggio di fiducia per tutti, per il
Paese».
C´è qualche nota stonata negli interventi di Montezemolo e Fazio?
«Un problema c´è: il valore delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e
dei pensionati. Non siamo convinti, come dice il Governatore, che la ripresa
possa venire solo dalla domanda di investimenti. Per noi una parte della ripresa
deve arrivare anche dalla crescita dei consumi e quindi da un adeguamento della
politica dei redditi. Ci vuole un equilibrio tra questi due aspetti, puntare
solo sugli investimenti crea uno scompenso e il rischio è di tornare alla
vecchia logica della compressione dei salari come unica strada per competere.
Sarebbe davvero una situazione molto strana».
Dopo gli anni della vicinanza tra Confindustria ed esecutivo, adesso assisteremo
a uno spostamento del baricentro verso l´opposizione?
«Io credo che ognuno farà la sua parte in autonomia. Se saranno confermate le
premesse, una differenza rispetto al passato è chiara: verranno finalmente
considerati tutti i punti di vista. Nel frattempo è molto importante che ci sia
una visione comune sui rischi cui siamo esposti. Quando Fazio, fornendo i numeri
sulla produzione industriale, ammette le difficoltà di Francia e Germania ma fa
notare che la produzione industriale italiana è cresciuta meno dell´1 per
cento in cinque anni, conferma quello che abbiamo detto. La replica del governo
è desolante, un´ovvietà alla Catalano: il crollo della produzione è legato
al fatto che si devono sviluppare più servizi. Ma servizi di qualità e
industria di qualità sono tutt´uno e nella logica comune di banche e imprese c´è
questa consapevolezza».
Rilanciare la concertazione significa anche un sindacato più aperto alle
riforme, più disponibile? La Cgil in questi anni è sembrata arroccata su
posizioni massimaliste, come dimostrano le battaglie della Fiom.
«L´arroccamento, ammesso che ci sia stato, aveva una spiegazione nell´attacco
che abbiamo subito congiuntamente dal governo e dalla Confindustria di D´Amato.
Se invece c´è rispetto, dialogo, volontà di comprendere le ragioni dell´altra
parte e alle parole seguiranno i fatti, il clima può cambiare e le soluzioni si
possono trovare. Oggi il terreno di confronto è più avanzato, anche per merito
nostro».
Fiom compresa?
«La Cgil è un´organizzazione complessa, fatta di tante storie, di tante
persone. Ma sull´analisi della crisi e sul modo corretto di uscirne si ritrova
tutto il sindacato. Per uno sviluppo di qualità serve una diversa centralità e
una diversa considerazione del lavoro, dei suoi diritti e del suo valore».
Berlusconi si dice d´accordo sul metodo della concertazione, ma non con la Cgil
che è «la fabbrica dell´odio». Qual è la sua replica?
«Che è un irresponsabile. La mia risposta è la più semplice che si possa
dare, ma anche la più netta. Le faccio un esempio: Cgil, Cisl e Uil, con la
Confindustria di D´Amato, avevano firmato un documento sullo sviluppo. Lo
abbiamo trasmesso a Palazzo Chigi. In un anno Berlusconi non ha mai sentito il
bisogno di chiamarci, non ha cercato nemmeno la più elementare forma di
dialogo. La sua dichiarazione contro di noi è il solito diversivo, come sempre
scava solchi ideologici invece di affrontare il merito dei problemi. Non mi
sfugge il tentativo di ridividere le organizzazioni sindacali. È sempre stato
poco rispettoso delle funzioni delle parti sociali. Ha sempre demonizzato una
parte e poi non ha dato risposte a nessuno. La lezione del passato non gli è
servita a molto».
Lei ha salutato con soddisfazione la nomina di Montezemolo a Viale Astronomia.
Ora però deve trattare con lo stesso presidente di Confindustria e di Fiat,
studiare insieme le soluzioni per la crisi e discutere di Melfi. Come farà?
«In generale sarebbe stato meglio un presidente di Confindustria a tempo quasi
pieno. Detto questo la scelta della Fiat è una soluzione forte per l´azienda.
Vedremo quale equilibrio si troverà tra due posizioni distinte. Ma Montezemolo
è troppo accorto per non dare risposte al rischio di sovrapposizione di ruoli».
Lei preferisce un capitalismo manageriale o uno familiare, feudale come è stato
detto?
«Preferisco una separazione di ruoli e funzioni tra manager e proprietà, ma
mai un´idea di azienda in cui un manager agisce al di fuori della fiducia della
proprietà perché questo creerebbe dei problemi enormi. Una gestione corretta
dell´impresa rafforza anche il rapporto con il sindacato».